Pubblicato: 16 Luglio 2020  -  Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio 2021

Backup e Disaster Recovery, vicini ma differenti

Backup e Disaster Recovery, vicini ma differenti

Backup e Disaster Recovery spesso “viaggiano insieme” nella dialettica legata alla sicurezza informatica e alla Data Protection ma attenzione, sono sì due facce della stessa medaglia ma pur sempre due facce distinte, ciascuna con le proprie peculiarità tecnologiche che rispondo ad esigenze, modelli e ambiti applicativi differenti.

Analizziamo dunque cosa sono Backup e Disaster Recovery, in cosa differiscono e perché sono importanti per la protezione dei dati e la continuità operativa e di business delle aziende (sebbene vada sottolineato che una strategia di Business Continuity è qualcosa di molto più “esteso” e complesso di Backup e Disaster Recovery e – anche in questo caso – non deve essere erroneamente preso come loro sinonimo), comprese le PMI.

Backup: cos’è e a cosa serve

Quando si dice “fare il Backup” significa in pratica fare una copia di dati, file, cartelle per mettere tutto in sicurezza, cioè per avere una o più copie del proprio sistema informatico (oppure di un device, dal computer allo smartphone fino a qualsiasi altro dispositivo che contiene dati) da utilizzare come recupero nel caso in cui dati e file “originari” si perdano, siano danneggiati o vengano distrutti a causa di un malware, di un incidente o di un errore umano (che capita molto più spesso di quanto si creda).

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Il Backup serve principalmente per creare dei punti di “versioning” di dati, file e cartelle per consentire alle aziende di tornare ad una “situazione precedente” di normalità dopo eventi o incidenti che hanno compromesso o danneggiato i dati. Con il Backup, infatti, è possibile recuperare e superare situazioni di emergenza (anche legate ad operazioni non andate a buon fine, quindi non solo in caso di gravi attacchi o furto/perdita di dati), riportando i sistemi ad una situazione antecedente l’emergenza.

In altre parole, il Bakcup è un repository dove far confluire la copia o le copie del patrimonio informativo dell’azienda che le consente di operare con maggiore serenità e sicurezza.

Tuttavia, da solo il Backup oggi non basta per mettere al riparo un’impresa da incidenti più “gravi” come eventuali “fermi”, ossia downtime di sistemi e dispositivi necessari all’operatività e allo svolgimento delle attività dell’azienda. In questo caso, diventa importante dotarsi di una strategia e di un piano di Disaster Recovery. 

Cos’è il Disaster Recovery e perché è importante

Volendo dare una definizione abbastanza “classica” di Disaster Recovery possiamo dire che si tratta dell’insieme delle misure tecnologiche e logistico/organizzative necessarie per ripristinare sistemi, dati e infrastrutture che servono per l’erogazione di servizi di business (accesso e disponibilità dei dati, utilizzo delle applicazioni, accesso ed utilizzo dei servizi digitali, accesso a file e cartelle, ecc.)

Da un punto di vista molto pratico, il Disaster Recovery si ottiene – semplificando molto il concetto – dotando l’azienda di un “secondo sito” dove ospitare una “replica” di tutta la propria infrastruttura IT, per consentire all’azienda stessa di continuare a lavorare in caso di interruzioni, fermi, malfunzionamenti, incidenti al sito primario.

Disaster Recovery Plan - DRP
Il ripristino di emergenza a seguito di un disastro deve essere “guidato” dal cosiddetto Disaster Recovery Plan (DRP)

Per Disaster Recovery si intende dunque, in senso più stretto, il ripristino di emergenza a seguito di un disastro che, generalmente, viene “guidato” dal cosiddetto Disaster Recovery Plan (DRP) (in italiano, Piano di Recupero del Disastro), ossia il documento che esplicita tutte le misure (tecnologiche e procedurali) atte al ripristino della normalità operativa e che solitamente è compreso all’interno di un più ampio piano di continuità operativa (BCP – Business Continuity Plan).

La “letteratura informatica” oggi ci consente di classificare i disastri che possono mettere a rischio i sistemi IT in due grandi macro categorie:

  • disastri naturali: inondazioni, uragani, tornado o terremoti. Calamità impossibili da prevedere con precisione che tuttavia non escludono per le aziende la possibilità (e sempre più l’onere) di avvalersi di strumenti per la gestione del rischio (come una strategia di Disaster Recovery e un DRP – Disaster Recovery Plan).
  • disastri generati dagli esseri umani: in questo caso si intendono incidenti, guasti infrastrutturali, bug informatici, negligenza nella gestione e manutenzione degli asset aziendali, fino ad arrivare al terrorismo e al cybercrime. In casi come questi strategia, pianificazione, governance, monitoraggio e sorveglianza, mitigazione dei rischi sono aspetti fondamentali del Disaster Recovery che possono aiutare le imprese ad avere un recupero efficace delle proprie attività senza gravi ripercussioni.

Oltre a dover prendere in cosiderazione i diversi possibili livelli di disastro, per dotarsi di una efficace strategia e di un piano di Disaster Recovery che possa davvero consetire ad una organizzazione aziendale di rispondere in maniera adeguata ad una situazione di emergenza, devono essere analizzate anche le criticità dei sistemi IT e delle applicazioni (non tutti i sistemi sono “critici” e non tutti potrebbero rientrare nel Disaster Recovery Plan).

A titolo di esempio, i sistemi solitamente vengono classificati secondo le seguenti definizioni (o similari):

Sistemi critici, sono quelli le cui funzioni non possono essere eseguite senza essere sostituite da strumenti (mezzi) di caratteristiche identiche. Le applicazioni critiche non possono essere sostituite con metodi manuali. La tolleranza in caso di interruzione è molto bassa, di conseguenza il costo di una interruzione è molto alto.

Sistemi vitali, importanti per l’organizzazione ma in grado di essere “sostituiti” da eventuali operazioni manuali, ma solo per un breve lasso di tempo. Sui sistemi vitali vi è una maggiore tolleranza all’interruzione rispetto a quella prevista per i sistemi critici, conseguentemente il costo di una interruzione è inferiore, sempre che tale downtime sia contenuto nel tempo (per esempio per una manutenzione o per un incidente che non richiede tempi di ripristino troppo elevati).

Sistemi “delicati”, quelli che possono reggere – a costi accettabili – un certo tempo di downtime perché sostituibili da operazioni manuali. Va però evidenziato che vengono classificati come “delicati” perché benché queste funzioni possano essere eseguite manualmente, il loro svolgimento risulta difficoltoso e richiede risorse dedicate maggiori di quelle che servirebbero in una condizione di normalità.

Sistemi non-critici, quelli le cui funzioni possono rimanere interrotte per un lungo periodo di tempo, con un modesto costo per l’azienda.

Oggi la tecnologia consente alle aziende di poter scegliere tra molte soluzioni di Disaster Recovery, fino alla garanzia di fatto di un’erogazione continua dei servizi IT, necessaria per i sistemi definiti mission critical.

Quanto più stringenti saranno i livelli di continuità (definiti da due importanti parametri, RTO ed RPO) tanto più sarà necessario dotarsi di sistemi e piani efficaci che assicurino la replica “esatta” del sito primario e tempi di recupero e ripristino tali da non fermare le attività o causare danni.

RTO ed RPO, cosa sono le due sigle più importanti del Disaster Recovery

RTO, acronimo di Recovery Time Objective, e RPO, acronimo di Recovery Point Objective, sono due parametri importantissimo per il Disaster Recovery (che però coinvolgono anche il Backup).

Recovery Time Objective
Recovery Time Objective, il tempo (da intendersi come la velocità) con il quale un’azienda riesce a ripristinare i propri sistemi informativi

Il livello di servizio definito dall’RTO definisce la velocità con la quale un’azienda riesce a ripristinare i sistemi informativi perché, di fatto, è il parametro che indica il tempo necessario per il pieno recupero dell’operatività di un sistema o di un processo organizzativo. È in pratica la massima durata, prevista o tollerata, del downtime occorso; quanto più è vicino allo zero, tanto minori sono i danni e le ripercussioni per l’organizzazione aziendale. 

Un’utile misura per la riduzione dell’RTO consiste nell’avere dei Backup dei dati disponibili integralmente su siti secondari… ecco perché Backup e Disaster Recovery spesso viaggiano “a braccetto”.

Nel caso di RPO, invece, ciò che viene misurata è la tolleranza ai guasti di un sistema informativo, ossia la perdita di dati ammissibile o i danni “accettabili” che conseguono ad un incidente o disastro. Esso rappresenta il massimo tempo che deve intercorre tra la produzione di un dato e la sua messa in sicurezza (ad esempio attraverso il Backup) e, conseguentemente, fornisce la misura della massima quantità di dati che il sistema può perdere a causa di guasto improvviso.

Sintetizzando, dunque, l’RPO è la percentuale di dati che l’azienda è disposta a perdere in caso di disastro (il parametro misura dunque la quantità di dati non sincronizzati e quindi non disponibili rispetto all’ultimo Backup), mentre l’RTO è il tempo che serve all’organizzazione per ripristinare i sistemi, i processi, le operations e tornare operativi e definisce quanto un’azienda possa rimanere “off” senza subire gravi danni.

Non esistono indici standard, ciascuna azienda dovrà trovare il proprio punto di equilibro capendo in che modo può affrontare, anche in termini di costi, eventuali downtime, con che impatti e fino a che punto sono tollerabili.

La differenza tra Backup e Disaster Recovery

Dalle prime definizioni di Backup e di Disaster Recovery e dall’analisi più dettagliata del loro significato intrinseco, è evidente che non siano affatto da considerare come sinonimi, si tratta di due approcci (metodologici e tecnologici) molto differenti che rispondono ad esigenze diverse.

Il Backup consente di proteggere dati ed informazioni contenute nei sistemi IT e lavora in modo granulare su singoli file, cartelle, dati. Da un punto di vista tecnico, i backup acquisiscono e sincronizzano i dati facendo un cosiddetto snapshot point-in-time (PIT), cioè una fotografia/immagine della condizione del sistema informativo in un dato momento che può essere utilizzata per riportare il sistema a quello specifico punto a seguito di un incidente. Il sistema permette di recuperare i dati, file e cartelle di quello specifico PIT (è evidente che tutto ciò che è avvenuto dopo il PIT, in assenza di un altro Backup successivo, va perso).

Il Disaster Recovery, al contrario, non è pensato per salvare il dato in modo così granulare, ma è pensato per tutelare e salvaguardare l’intero sistema IT (e gli eventuali dispositivi ad esso connessi che sfruttano le risorse IT) per evitare che blocchi, downtime, malfunzionamenti, incidenti o disastri fermino le attività operative dell’azienda provocando danni irreparabili.

E’ dunque evidente che, seppur siano facce della medesima medaglia, non devono essere confusi e, proprio perché parte della stessa medaglia, l’ideale è avere in piedi sia un sistema di Backup sia un sistema di Disaster Recovery.

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